Resa

Ho visto dieci film in tre giorni, lavorativi. Il che significa che tranne lavorare e vedere film non ho fatto nulla. “La noia, eh?” mi è stato commentato. Evito di parlare dell’altra, unica cosa che ho fatto oltre lavorare, dormire e stare spalmata sul letto a riempirmi di storie altrui per distrarmi dalla mia: per far finta che non sia questa, la mia. Scrivo da sdraiata, tanto poco mi importa, di questo, di tutto. Mi sono persino arresa a continuare a lavorare. Mi sono persino arresa…

Identità

Sapete quella cosa delle scelte che facciamo, di me che divento due, tre, dieci perché ad ogni bi, triforcazione mi faccio in due o in tre, a seconda del numero delle vie possibili, per ogni via una me. Ad oggi, a 24 anni, quante me ci saranno? Io mi confondo periodicamente con loro: non riesco a rassegnarmi a questa sola vita, a lasciar andare tutte le altre, diverse. Mi chiedo continuamente “e se…”: se fosse andata diversamente. Sono molto in confusione. Stanotte dalle 2 alle 5 sono ripiombata negli anni della mia adolescenza, tentando di fare ordine, di ricostruirmi un passato per delineare un presente, una me che abbia un senso, ma io non ci capisco niente, non ricordo niente, la mia vita è una linea discontinua piena di buchi di memoria di consapevolezza, e senza memoria non c’è identità, e senza identità… Ne parlo ogni volta allo psichiatra, ché questo rimuovere qualsiasi cosa non si limita al passato, ma accade sempre: se io mi guardo indietro è tutto nebbioso, offuscato (anche ieri, anche ieri l’altro e una settimana fa e i mesi e gli anni addietro) e il massimo che riesco a fare è stilare una lista delle persone importanti che ci sono state, e figurarsi quante, anche, ne ho dimenticate. Le scelte che ho fatto, perché le ho fatte? Se sono qui adesso a cosa lo devo? è ossessionante il fatto di sentirmi vivere in questo eterno presente senza spiegazioni. Lui dice che è la depressione che non mi fa avere memoria, ma io come mi scopro senza ricordi? Come mi delineo senza passato? Ieri un ex fidanzato mi riempie di parole crudeli e io non ho idea: sono io quella? Parlava di me? Certo non posso crearmi in base a ciò che gli altri pensano di me, ma la persona di cui parlava io non sapevo neanche chi fosse. Al che sono stata male, per un po’, e poi sono tornata dove sono adesso, in questa dimensione eterna vuota in cui ignoro e non mi conosco ed è con il vuoto e l’indifferenza che mi difendo ma, ma è una vita del cazzo. Devo riprendere la mia vita tra le mani, devo smettere di lavorare e riprendere a studiare, devo fare scelte con criterio e non lasciarmi trasportare dalla corrente degli eventi, devo devo devo… Io lo so che è difficile per tutti, per molti è molto più difficile che per me, anzi, ché io di problemi concreti non ne ho, ma, ma ho tra le mani questa vita insensata, questa me senza capo né coda, a 24 anni vorrei essere già qualcuno, e non una neonata senza passato, senza auto consapevolezza né auto conoscenza, io non mi spiego, non mi spiego me stessa non mi spiego il presente né questo vuoto di passato e di futuro e anche di presente, sì, anche di presente perché vivo senza essere davvero qui io ci plano sul presente, lo vedo da sopra, da lontano, mi vedo vivere, come dio di me stessa, e mi guardo con questi occhi vacui, disinteressati, non m’importa niente: dall’alto della mia indifferenza rispetto a me stessa io sto qui, sopra questo letto dentro questa camera che è un Olimpo, e tra una sigaretta e un bicchiere di vino mi passa davanti la mia vita, e a me di me non frega un cazzo: intravedo senza attenzione lo spettacolo, distante, distantissima, annoiata da questa tipa che vedo non far nulla se non girare sempre attorno, come un cane idiota che si rincorre la coda, incapace di afferrarla, di afferrare e trattenere qualsiasi cosa, persona…

Tomba

Chiusa, in questa scatola a quattro mura, dentro un letto, un armadio, una scrivania, decine di libri, tre bottiglie di vino finite, cartacce, polvere, una bacheca di ricordi, nascoste sotto pile di oggetti inutili vecchie foto di noi: ma inutili del tutto non sono, se mi permettono di non vederti. Io però li scanso. Una grande finestra, un piccolo terrazzo, due alberi bianchi e stretti, le foglie piccole e scure: mi ricordano tanto l’albero che vedevo dal tuo salotto quell’inverno. Mi ricordano tanto me. Quell’albero, questi alberi sono io, i rami secchi e stanchi, il pallore funereo, le foglie morte restano attaccate per miracolo, per inerzia, per un colpo di fortuna: fa tanto male, dover continuare a vivere, dover lottare per sopravvivere. Vorrebbero solo poter cadere, potersi arrendere, farsi terra nella terra, anziché dover sopportare a oltranza tutta questa fatica, contro i venti, le piogge, e ancora altri venti, più forti, più forti. L’altro ieri ha nevicato, anche se solo per cinque minuti, ma tu pensa la sofferenza: tu pensa la nostra sofferenza. Sto segregata qui dentro da settimane, esco per lavorare, sì, ma quando rientro è come se non me ne fossi mai andata: esco, ma resto qui dentro, e poi ieri mi sono licenziata. Questa camera è la mia tomba.

Giorni come questo

Avrò scritto mille articoli come questo. Quando sono triste sento nostalgia di tutto e tutti, e oggi è così. Mi sento vuota e al contempo arrabbiata. Bevo vino e fumo una sigaretta dietro l’altra da un’ora che sono tornata da lavoro, faccio un lavoro che non mi gratifica e mi frustra non entrandoci nulla con me, ho bisogno di fare cose che abbiano un senso nella mia vita e invece sento una stanchezza ogni giorno dall’inizio di quest’anno che mi impedisce di fare qualsiasi cosa se non dormire e mangiare. Vorrei idealmente ricominciare a studiare, vorrei saper scrivere in continuazione, essere ispirata in continuazione, vorrei tirar fuori ogni qualvolta ne senta la necessità con parole belle e poetiche (vorrei scrivere di continuo poesie e racconti) e invece, e invece niente. Ho iniziato un racconto su un’onda. Provo a continuarlo, senza fiducia.

Oggi, un anno fa

Oggi, un anno fa, eravamo a casa tua in collina. Tu ti eri portato la macchina fotografica e io un libro di poesie di Zara Finzi. Mentre tu giravi in cerca di belle inquadrature io stavo seduta sull’erba del tuo giardino a leggere. Quando tornasti stavo piangevo per la poesia in foto* (l’erba della foto è l’erba del tuo giardino): mi faceva venire in mente la mamma. Dicesti che ero bellissima e mi chiedesti di guardarti: fotografasti il mio viso rigato di lacrime, e fu buffo perché piangevo come una fontana e tuttavia in viso mi si aprì un sorriso di gioia: era per te, per te che mi trovavi bella anche da brutta, per te che mi vedevi dentro. “Sei stupenda”, mi dicesti, e so che non era fuori che mi guardavi, ma dentro. Ero stupenda perché una poesia mi faceva commuovere, e questo faceva commuovere te. Io non lo so come ho fatto, io non lo so con che coraggio, con in mente cosa. Un anno fa, tra sei giorni, avresti scoperto tutto. Saremmo stati a Siena, il giorno di Natale avresti mangiato troppo a casa della nonna, il pomeriggio saremmo andati al Nuovo Pendola a vedere non so quale film di Woody Allen che poi non ho più visto, senza te, e appena entrati in sala tu saresti corso in bagno a vomitare il pranzo troppo abbondante. Se quel giorno stesti male, se tutti quei giorni stesti male, se in quei giorni fummo distanti, distantissimi, tu a letto con la gastrointerite che io probabilmente ti attaccai, o sul divano a vedere film, da solo, rigorosamente da solo come volevi stare, lontano come volevi starmi, il male di tutti quei giorni fu solo colpa mia, io lo so, colpa mia di te che già sapevi anche se scopristi solo oggi tra sei giorni quanto crudele sono. Sono giorno terribili, questi, vivo di passato, non ho in mente che il passato, i pensieri sono tutti rivolti al passato, sono pensieri passati, li ho già fatti cento, mille volte, e sono più odierni che mai. Basta, per favore: presente prèndimi, coinvolgimi, fammi vivere in te, sii vivo, sii dirompente, colpiscimi, riprendimi. Anche oggi sono piena di rimorsi, e vivo nel passato, ché il presente non lo merito, la gioia non la merito.

L’attesa di un piccolo evento forse
rallenta la valanga del tempo
forse consola e risarcisce
dell’infelicità che dura
e naviga da un paesaggio all’altro

Quando appari finalmente
dai vetri scorrevoli dell’aeroporto
scorgo un’aureola, uno splendore
che ti gira attorno,
gli altri non li vedo.
Vedo te bambina
che torni dalle malattie infettive strane
dagli Orienti lontani
dove hai fatto un lavoro da grande.

Zara Finzi

Small hands

Mi sono svegliata con la voglia di scrivere una poesia sul mattino: ma non è venuta. Sono finita a rileggere una poesia di Cummings, pensando al mattino, al mattino che si schiude, al mattino con qualcuno accanto. Cummings è sdolcinato e a me non piace neanche tanto, ma trovo che questa poesia, no, la frase finale, di questa poesia, sia bella. Non la incollo tutta, ma solo quel che pare a me.

Il tuo più tenue sguardo facilmente mi aprirà
benché abbia chiuso me stesso come dita,
sempre mi apri petalo per petalo come la Primavera fa
(sfiorando abilmente, misteriosamente) la sua prima rosa.

[…]

(non so cosa sia in te che chiude
e apre; solo qualcosa mi dice
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani.

Ecco, questa storia delle piccole mani delicate che schiudono… Stamattina, stamattina che mi sono svegliata con la nostalgia di qualcuno accanto, no, non di qualcuno, ma di qualcuno di importante, di essenziale, di giusto, per me, stamattina vorrei che qualcuno avesse per me quelle piccole mani, che qualcuno sapesse aprirmi, o meglio mi facesse venir voglia di aprirmi, che ci fosse qualcuno che valesse la pena di farmi aprire. E invece non c’è: io lo sento, che non c’è. Non c’è, e allora resto chiusa come un guscio, sigillata come gli scatoloni del racconto dell’articolo precedente: un vaso di Pandora di cartone contenente solo il dolore del passato. La Gualtieri, nel mio caso, diceva male: la gioia, qua, non ce la mette nessuno.* Perché non c’è due, qua. Ci sono io, da sola, e basta, senza neanche la gioia di.

*C’è nella tristezza un contagio
amore mio, e da questo si vede
che abbiamo fatto comune cuore
e siamo uno che pare due.
Allora io
insemino la gioia
in questa cosa che non consiste
però esiste e tiene entrambi appesi.
La gioia ce la metto io.

Vigliaccheria

La vita va avanti come sempre, tra una delusione e l’altra, da una persona o dall’altra, ma quasi sempre la stessa, poi ci si mette pure l’altra e allora diventa anche peggio. Ho scritto una poesia ieri notte, e non so neanche esattamente a chi si riferisca, se a una persona o all’altra, ma forse va bene per tutti e due, anzi è così. Sono orribile? Se sì, va bene, lo accetto: non m’importa più.

Mani

Mi si disfano le mani,
mi si fanno inconsistenti.
Perdono le loro abilità di mani
di afferrare, di stringere,
di scaldare altre mani,
altri corpi: di esplorarli,
e trattenerli.

Mi traspaiono le mani,
quest’inverno me le gela,
senz’accorgermi le perdo.
Mi cadono le mani,
e con loro dico addio
alla mia facoltà di toccare,
e assieme niente mi tocca più.

Sto scrivendo anche un racconto, su una tipa che perde un pezzo alla volta, partendo dalle mani. Quando è finito pubblico. Ciao.

Ideale/reale

La mia vita decisamente non è come la penso, come la vorrei. Vivo così poco di realtà che mi inganno ogni giorno: i sentimenti, i rapporti, tutto sta dentro di me, solo dentro, lo invento, non c’è niente di reale: vivo di mie personali invenzioni. Nella realtà questi sentimenti, questi rapporti non sono affatto come li credo: forse neppure esistono: sono io che li forzo. Pensavo ieri, e addirittura lo dicevo a lui, che vivo di rapporti completamente platonici: non vedo mai nessuno, tutto fluttua nell’inesistenza di messaggi (non la vista, non il tatto, non la voce, solo parole scritte e tanta distanza) in cui dico e mi sento dire quanto io e l’altro teniamo a noi, quanto bene ci vogliamo, quanta nostalgia sentiamo, quanto sarebbe bello essere assieme: e non è vero niente. Io provo solo paura. Ho paura del rapporto vero, concreto (di avere le persone davanti agli occhi, coi loro occhi a guardarmi; di sentire le loro parole e dover rispondere prontamente, dover sostenere una conversazione che sia incalzante e mai noiosa) e allora lo rifuggo. Vivo rinchiusa qua dentro, dentro questa mente e dentro questa stanza, ormai da mesi. Vedo solo lui e pochissimi amici e faccio fatica anche con loro, anche con lui: perché non è vero niente. I miei rapporti con gli altri, con gli altri “tanto amati”, non sono affatto come io mi racconto: non sono affatto e basta. Io adesso non sono in grado. Si vede dal fatto che quando sono in loro compagnia, in compagnia di chiunque, sto sempre in silenzio, mi rinchiudo in un mutismo prima imbarazzato, a disagio come sono, e poi distante, inesistente che divento tanto mi sento fuori luogo: sto con gli altri e in realtà non ci sono affatto. Che senso ha allora? Che senso ha tutto? Che senso ha questo incontrarsi, parlarsi, toccarsi, se io non sento nulla, se io in realtà non sono realmente lì? Io vi supplico, vi supplico: toccatemi, toccatemi davvero. Io non la sopporto più questa solitudine che non riesco ad infrangere nonostante gli sforzi e il desiderio, nonostante gli incontri, e le parole, che non sono solo parole ma dichiarazioni disperate in cerca di un contatto reale che comunque non avviene: perché io non ci sono. Dove sono? In quali meandri, in quali profondità mi sono cacciata? E perché non ne riesco? Perché anche se lo desidero? Non ce la faccio più. Mi sento fuori dal mondo, e lo sono: cerco di toccare cose, persone: le mie mani vi passano attraverso: si disfano, trasparenti: le mie mani, me.

“Quel mattino vedevo me stesso come chiuso nel vetro, non più prigioniero di muro e sbarre ma isolato nel vuoto, un vuoto freddo, che il mondo ignorava. Quest’era la pena vera: il mondo esclude il recluso. Non tanto di uscire anelavo, quanto che entrasse il mondo nel mio vuoto e lo colorasse, lo scaldasse in gesti e parole.” (Pavese)

Chiusura

Questa chiusura rispetto all’esterno va avanti ormai da più di un mese. Sono distante, evito la compagnia di chiunque, in casa, per non rapportarmi coi coinquilini, vivo chiusa nella mia camera, quando li incontro mi defilo. Ritrovo stasera uno scritto del 17 Ottobre in cui sostengo che gli altri sono invasori della mia interiorità, del mio equilibrio: che mi fanno in pezzi e mi tengono fuori di me. Quanto durerà ancora? O, ancor peggio, è un cambiamento stabile? Continuerà, d’ora in poi, ad esser sempre così?